Estratti


«Il progresso tecnologico ci sommergerà», ha detto Duchamp negli anni sessanta: oggi sappiamo che aveva ragione. Cosa può fare la pittura oggi di fronte a tanta tecnologia? Anzitutto non ignorarla, piuttosto, semmai, servirsene. La questione non è nuova, ma nodo di fondo è da sempre lo stesso: la pittura deve andare oltre il mezzo meccanico o informatico, oltre il fatto illustrativo o documentario. Nonostante la riduzione delle proprie pretese il pittore ha ancora una sfida aperta davanti a sé. Spiega splendidamente Deleuze nel suo saggio su Bacon che lo sforzo del pittore è quello di scavalcare il fatto rappresentativo: è captare qualcosa (ogni pittore deve sapere che cosa) di cui l’immagine è solo un riflesso o una allusione; esiste infatti: «Una comunanza delle arti, un problema comune. In arte,in pittura come in musica, non si tratta di riprodurre o di inventare delle forme, bensì di captare delle forze. […] Il compito della pittura si definisce come il tentativo di rendere visibili delle forze che non lo sono. Allo stesso modo la musica si sforza di rendere sonore forze che non lo sono».


Non sono mai riuscito a immaginare qualcosa che non avesse un’attinenza in qualche modo con una corporeità. La speculazione astratta puramente sensibile non mi ha mai tentato.


Ciò che da sempre mi spinge al cavalletto forse è il sentimento, la meraviglia – per dirla con Aristotele – che mi suscitano le cose.


Non avrei potuto dipingere il mare se non avessi dentro di me una formazione, una naturalità assolutamente plastica, fondata sul disegno. Questa superficie deve essere solida, profonda, non inconsistente o vagante…


tutto ciò che è mezzo espressivo è una finzione, ha bisogno di essere finzione. Soltanto che questa finzione finisce, o deve in qualche modo finire per inverarsi nel corpo stesso del valore espressivo. In altre parole il momento della finzione finisce quando essa diventa corpo vivo dentro la reinvenzione della realtà.


Io voglio che sia pacificato in qualche modo il conflitto fra la capacità di dire ancora il mondo e la necessità di mantenere la superficie della pittura del tutto autonoma, non asservita allo scopo di rappresentare.


Da un lato è la pittura, nella sua qualità materica che si determina autonomamente e, dall’altro, è il tentativo di rappresentare, di dire ancora che un cielo è azzurro.


La pittura non è sempre esistita; tutto quello che fa parte della nostra realtà, del nostro mondo, cambia e si trasforma; niente è assoluto o eterno, quindi non vedo perché la pittura non dovrebbe subire la stessa sorte.


Per me, il bisogno, è anzitutto quello di trovare il modo di esprimere una passione per la vita; io esprimo la mia passione per la vita attraverso questo mezzo che è la pittura.


Mi pare che la pittura, così come la intendiamo noi, non si possa ragionevolmente iscrivere nel futuro che ci aspetta. Poi però c’è un elemento di imprevedibilità che non consente nessuna certezza.


Oggi che in arte tutti i canoni sono caduti, si può giustificare qualsiasi cosa; la mancanza di regole e di leggi, questo disordine che c’è, forse riflette meglio, meglio di quanto può accadere con i miei lavori, il tipo di società che si è venuta a creare… Anche se poi ci sono pittori giovani di notevole talento che continuano a dipingere, a figurare.


Oggi, credo, l’unica verità possibile è quella di esprimere la complessità del proprio essere… Nel modo di produrre, nel modo di muovere la mano sulla superficie: questo lo spazio in cui tutto rimane aperto, in cui tutto è in ballo.


Oggi per un’infinità di ragioni la pittura proprio materiale, cioè le ore di lavoro, l’abnegazione eccetera, sono diventate veramente le ore che sogno. (…) La mattina l’idea di tornare nello studio è la speranza più rallegrante che ho.


Ci sono tanti giovani talenti che hanno questo bisogno di esprimersi con la pittura, e allora che ne faremo? Ci sono dei giovani che nascono, vengono fuori e vivono dentro il contesto della pittura e hanno un atteggiamento diverso rispetto a questa specie di funambolismo che c’è attualmente.